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martedì 18 dicembre 2012

Ritorno a Sidi Bouzid, due anni dopo

La Tunisia ha commemorato ieri i due anni dallo scoppio della rivoluzione. Due anni dall'immolazione del venditore ambulante Mohamed Bouazizi, la scintilla che determinò la sollevazione popolare contro il regime di Ben Ali. A Sidi Bouzid doveva essere una giornata di celebrazione, ma gli abitanti del posto non sembrano avere molto da festeggiare. E lo hanno fatto capire chiaramente alle più alte autorità del paese…
(Photo by Jacopo Granci)

Per la fondatrice di Radio Kalima Sihem Bensedrine, accorsa assieme ad altri storici militanti nella "culla della rivoluzione", il 17 dicembre corrisponde ormai "al giorno in cui il popolo ha messo da parte la paura per liberarsi dalla dittatura". Tuttavia, afferma l'attivista alludendo agli insuccessi dell'attuale esecutivo in materia di sviluppo locale (e non solo), questo giorno è anche un monito lanciato a tutti i rappresentanti politici affinché si ricordino che i tunisini hanno la forza e "la capacità, oggi, di cambiare quei governi incapaci di realizzare le loro rivendicazioni".

E in effetti l'aria che si respira a Sidi Bouzid non è quella della festa annunciata nei giorni scorsi dalle autorità con l'organizzazione del "Festival Bouazizi". A due anni dalla sollevazione e dalla feroce repressione attuata dalle forze di sicurezza (oltre 300 morti e migliaia di feriti in pochi giorni), l'80% dei dossier dei "martiri della rivoluzione" sono stati rigettati dalla giustizia militare e la verità su quegli episodi di violenza sembra far fatica a venire a galla.

In più, secondo i dati diffusi dal ministero dell'Industria, negli ultimi undici mesi gli investimenti nella regione si sono ridotti del 36% e le offerte di lavoro del 24%. Una realtà di indigenza che gli abitanti di Sidi Bouzid conoscono bene. Un sentimento di precarietà che vivono quotidianamente sulla propria pelle e che non hanno mancato di trasmettere a due tra le più alte cariche del paese, il presidente della Repubblica Moncef Marzouki e il presidente dell'Assemblea costituente Mustapha Ben Jafaar, giunti nella cittadina dell'interno per la commemorazione.

"Siete venuti qui un anno fa e avete promesso che le cose sarebbero cambiate in sei mesi, ma da allora la nostra condizione è solo peggiorata" hanno gridato dalla folla all'indirizzo dei due presidenti, accolti tra i fischi e gli slogan "il popolo vuole la caduta del governo". La situazione, rimasta sotto controllo durante il discorso di Marzouki, è poi degenerata in un lancio di sassi all'indirizzo di Mustapha Ben Jafaar - secondo quanto riportato da Radio Kalima - tanto che le due autorità hanno dovuto abbandonare velocemente la cerimonia.

Alcune migliaia di persone si erano radunate fin dal mattino di fronte alla sede della Prefettura, il luogo dove Mohamed Bouazizi si è dato fuoco e dove è stato allestito il palco in suo ricordo. Durante il suo discorso, il presidente Marzouki ha cercato di difendere l'operato del governo in carica spiegando che "dodici mesi non sono sufficienti per realizzare gli obiettivi della rivoluzione" e che in ogni caso l'attuale esecutivo "è il primo governo eletto e legittimo che non ruba al popolo e vuole soltanto il bene di tutto il paese".

Di diverso parere sono sembrati gli abitanti di Sidi Bouzid che - stando al resoconto fornito da Afp - hanno finito per invadere il palco, accompagnando la partenza prematura dei due presidenti al grido dégage, dégage!...


(Di seguito la traduzione dell'articolo Sidi Bouzid ne veut pas oublier la révolution scritto da Elodie Auffray per Slate Afrique)


Nizar Bargougui, 24 anni

Nizar Bargougui percorre le vie malmesse del quartiere Nour ("luce"). I ricordi ancora vivi, racconta le notti che due anni fa hanno infiammato questo sobborgo popolare di Sidi Bouzid: "facevamo cadere i pali della luce per sbarrare le strade, lanciavamo ferro sui fili elettrici per togliere la corrente, montavamo sui tetti delle case in costruzione e da lì gettavamo le bottiglie molotov sulla polizia".

I ragazzi del quartiere Nour sono stati tra i primi a sollevarsi dopo l'immolazione del loro concittadino Mohamed Bouazizi, il 17 dicembre 2010. In quel momento Nizar, come gli altri, si è rivoltato "contro Ben Ali e la famiglia Trabelsi, che hanno rubato un intero paese" e "contro la polizia che faceva i loro interessi invece di difendere quelli del popolo".

Due anni più tardi sembra quasi rimpiangere di avervi preso parte e si lascia andare a commenti dal sapore nostalgico.

Dopo la rivoluzione Nizar ha smesso di lavare macchine, a trenta chilometri da casa, per lanciarsi nel mazout. Nel quartiere Nour sono spuntati decine di piccoli rivenditori di benzina di contrabbando, ma dopo qualche mese Nizar si è fatto beccare e si è visto confiscare il pick-up con cui raggiungeva la "zona franca" in Algeria. Al momento non possiede i 5 mila dinari (circa 2.500 euro) necessari per recuperarlo.

Da allora "le mie giornate trascorrono in va e vieni tra casa e il caffè, c'è poco altro da fare a Sidi Bouzid". Persino ammazzare il tempo è diventato più difficile: il caffè è aumentato e le sigarette pure.

"Durante la sollevazione sognavamo di cambiare tutto. Ci aspettavamo che lo Stato facesse appello a investitori per portare lavoro in questa terra". Ma per il momento "ci sono solo i cantieri". I primi governi di transizione (Ghannouchi 1 e 2, Beji Caid Essebsi, ndr) hanno moltiplicato le possibilità di trovare questo genere di lavoretti, che nella maggior parte dei casi si rivelano fittizi. O peggio, dei "nidi di corruzione".

"Bisogna oliare bene i capi e i caporali prima di ottenere un posto. Io mi rifiuto - fa sapere il nostro interlocutore - di pagare per avere un lavoro retribuito 240 dinari al mese (circa 120 euro)".

Nizar non sopporta la propaganda di Ennahda che si fa vanto sui manifesti appesi ovunque dei buoni risultati del governo, "proprio come prima faceva Ben Ali". Lui non ha neanche votato alle elezioni di un anno fa, come del resto molti altri ragazzi in prima fila nei giorni della rivolta.

Nizar finisce per confessare che proverà a presentare il dossier per poter aprire un suo autolavaggio. Ha già il locale, un piccolo magazzino di proprietà del padre, ma non i soldi da investire per l'acquisto dei materiali.


Hamida Hamdi, 35 anni: "possiamo contare solo su noi stessi"

Hamida Hamdi parlotta con altre due amiche davanti all'agenzia di lavoro interinale, invasa di gente. Il suo sogno è quello di creare una piccola azienda.

Tredici anni fa è partita verso la costa, come molti altri abitanti della regione, per lavorare in una delle tante fabbriche tessili presenti in quella zona. Da allora non ha mai rinunciato all'idea di un suo atelier, spinta dall'insostenibilità dei magri salari percepiti e dalla frustrazione per "lo sfruttamento patito lungo la costa".

Hamida vorrebbe "che la gente di Sidi Bouzid rimanga a lavorare qui e che possa smettere un giorno di essere obbligata a partire verso Sfax o Monastir". Ci aveva già provato, per la verità, cinque anni fa. Senza successo. La rivoluzione le ha dato il coraggio di insistere, ma confessa: "non possiamo fare affidamento sulla politica, possiamo contare solo su noi stessi".


Habib e Slimane Rebhi, i businessman del dopo rivoluzione

"La voglia di fare c'è e molta. Il nostro problema, spesso, è l'amministrazione che mette i bastoni tra le ruote", spiega Habib Rebhi. Assieme a suo fratello Slimane, 25 e 29 anni, sono rientrati da Tunisi, dove stavano completando gli studi, per lanciare un'impresa informatica: l'International Tunisia for Information Technology (ITIT), cha ha i suoi uffici nel cyberparc di Sidi Bouzid.

Danno lavoro ad altre quattro persone e contano di assumerne a breve una decina. L'ITIT fa parte dei numerosi progetti finanziati dall'ong di microcredito Enda dopo la rivoluzione. "Alcuni dicono che se le cose non cambiano è a causa dell'instabilità o della mancanza di iniziative, ma si sbagliano. I giovani di qui si danno da fare, ma non hanno i mezzi di partenza necessari o non ricevono la giusta assistenza".


Hichem Hajlaoui: "lo Stato non ha più il controllo"

Laureato in informatica, Hichem Hajlaoui ha alternato diversi lavori dal momento dell'uscita dall'università. Dopo la rivoluzione, però, ha scelto di dedicare tutte le sue energie alla crescita della società civile. "Con altri ragazzi abbiamo fondato una decina di associazioni. Organizzazioni culturali, per la promozione del patrimonio e per l'assistenza nella ricerca di lavoro".

Nella regione esistono oggi circa quattrocento associazioni ma, per la scarsità dei mezzi a disposizione, solo una decina funzionano correttamente. "La maggior parte si mobilitano attorno a singoli eventi, ma non hanno la capacità di impostare una strategia a lungo termine".

Hichem e i suoi amici hanno ottenuto un finanziamento dalla cooperazione tedesca: diciassette ragazzi saranno formati nel campo dell'inserimento lavorativo e delle strategie per lo sviluppo locale. Dopo due anni di sforzi, Hichem spiega le motivazioni che in molti casi hanno portato al fallimento delle iniziative dei suoi coetanei ed hanno determinato, da prima della sollevazione, la situazione di ristagno in cui versa la zona: "sicuramente l'incuria delle amministrazioni, un potenziale agricolo non sfruttato al meglio e la mancanza di organizzazione della manodopera stagionale..".

E poi bisogna mettere nel conto i problemi del post-rivoluzione: lo Stato "che non ha più il controllo", il comune che va avanti senza un sindaco in carica…e soprattutto la voragine finanziaria scavata dai "cantieri".


Mohamed Slimani, 33 anni

Mohamed Slimani ha una specializzazione in biologia ma, come confessa scherzosamente lui stesso, è stato "reclutato per lottare contro il regime di Ben Ali e poi quello di Ennahda". Mohamed è un attivista del Partito comunista dei lavoratori (confluito nel Front Populaire), un ex membro dell'Unione generale degli studenti tunisini e uno dei coordinatori dell'Unione dei laureati-disoccupati (UDC) di Sidi Bouzid.

In tutta la regione se ne contano più o meno 12 mila. L'UDC, che esiste dal 2006, si batte - tra le altre cose - per la trasparenza e per l'adozione di criteri esclusivamente sociali nei concorsi di assunzione del pubblico impiego, promossi in gran numero dal 2011.

"Avevamo chiesto di far parte dei comitati di selezione, ma non ce l'hanno permesso". Lui stesso aveva superato due diversi concorsi, ma si è visto bloccare l'accesso al posto di lavoro. La precedenza, a parità di risultati, va infatti ai più anziani e così due "compagni" di 45 e 48 anni sono stati reclutati al suo posto. Mohamed ne ha "solo" 33 e continua a dare lezioni in una scuola privata per 4 dinari l'ora (2 euro).


Riadh Hidouri

Tra i più attivi durante la sollevazione di due anni fa e poi nel corso dei sit-in alla casbah di Tunisi, Riadh Hidouri vuole "continuare a manifestare, perché poco o nulla è cambiato". Nel settembre scorso questo laureato con specializzazione in fisica ha partecipato ad una manifestazione nel piccolo villaggio di El Omrane, sulla statale che collega Gafsa a Sfax.

Una strada che viene bloccata molto spesso, negli ultimi mesi, per fare pressione sulle autorità. Assieme ad altri undici manifestanti, Riadh è stato arrestato di notte a casa sua e poi accusato di aver ostacolato la circolazione, ma soprattutto di "aggressione a pubblico ufficiale, aggressione armata e creazione di banda criminale…" elenca lui sorridendo amaramente, ancora incredulo.

"Ecco come trattano i ragazzi della rivoluzione! Abbiamo conquistato un po' di libertà, ma il governo sta cercando in tutti i modi di ridurla di nuovo". In seguito ad una intensa mobilitazione in tutta la zona, gli undici finiti in arresto sono stati rimessi in libertà lo scorso 23 ottobre, nel primo anniversario di un'elezione a cui Riadh dice di non aver partecipato.


Khaled, 28 anni: "saremo protagonisti di nuove rivoluzioni"

Per Khaled la situazione socio-economica "è più grave di prima". Ma non si dispera e non rimpiange nulla. I giovani di Menzel Bouzayane, il villaggio dove sono caduti i primi morti il 24 dicembre 2010, restano fieri di quei giorni, che per loro si inscrivono nella schiera delle battaglie illustri già combattute dai loro padri contro la colonizzazione.

"Saremo i protagonisti di nuove rivoluzioni", afferma Khaled, 28 anni, sei volte campione di full contact. Professore di educazione fisica, vive in realtà del suo piccolo commercio di mazout di contrabbando. Forse verrà presto assunto come funzionario, il suo status di "ferito della rivoluzione" gliene dà il diritto.

Il 24 dicembre 2010 Khaled è stato colpito da una pallottola nel polpaccio. "Io rifiuto di essere assunto solo per questo. Non è una soluzione! Altri sono stati molto efficaci in quei momenti, non sono solo i feriti a dover essere favoriti".

I giovani di Menzel Bouzayane hanno già programmato, se i feriti verranno reclutati, "di organizzare una manifestazione per sostenere tutti gli altri disoccupati".

Oltre allo sviluppo della sua terra, Khaled vorrebbe conoscere la verità, "il nome di chi mi ha sparato e di chi ha dato l'ordine". Non è la condanna dei colpevoli ad interessarlo - "ammetto che la mia è una ferita di guerra" - ma vuole sapere come sono andate davvero le cose.

Per due volte si è recato al tribunale militare di Sfax, dove si svolgono le udienze: "ci sono dei progressi nelle indagini, ma l'impressione è che i giudici non vogliano andare nella giusta direzione".


Kalil e Hamza, nuovi salafiti

Kalil e Hamza hanno scelto "di diventare salafiti", come altri a Sidi Bouzid. Hamza si definisce "un salafita indipendente", ma più che altro dà l'impressione di essere un po' smarrito. Veste il qamis, ma solo il venerdì, fuma molto e beve alcolici di tanto in tanto. Non è il solo, assicura: "molti fumano hashish, alcuni addirittura lo vendono".

Ha già tentato tre volte la traversata verso Lampedusa, l'ultima quest'anno. "Un salafita made in Cina, di pessima qualità", commenta in disparte uno dei suoi amici. Hamza è soddisfatto di poter adempiere alla preghiera e parlare di religione senza avere nulla da temere. "Prima ci facevano passare automaticamente per terroristi". Ci tiene poi a sottolineare che i "fratelli" forniscono un aiuto importante alla comunità, "sostenendo chi vuole aprire un piccolo negozio o chi non ha i soldi per sposarsi".

Kalil, invece, ha fatto una scelta radicale: ha mollato la Guardia nazionale sei mesi fa perché non aveva più intenzione "di applicare e far rispettare delle leggi che non provengono dall'islam".


Anis Chouaibi

Insegnante di ginnastica al mattino, Anis Choubani il pomeriggio si trasforma in giornalista. E' uno dei membri fondatori della pagina fb "SBZone radio", che dopo la rivoluzione è passata da 30 mila a 76 mila aderenti.

"Ora siamo più liberi in questo lavoro ed anche più professionali". I dodici amministratori della pagina hanno seguito dei corsi in giornalismo partecipativo ed hanno creato un'associazione per formare a loro volta gli studenti.


Abdelwaheb, 24 anni

Da cinque anni, ogni fine settimana, Abdelwaheb si allena con i suoi amici appassionati di breakdance alla maison de la culture. Questi ballerini hip-hop vorrebbero riuscire ad animare la città, a mostrare il loro talento, ma le loro richieste trovano sempre resistenze e si scontrano con un certo conservatorismo. "Ci dicono che questo non fa parte del patrimonio locale da valorizzare".

D'altronde non ci sono mezzi per organizzare esibizioni, come invece accade nei centri della costa. "Qui non ci sono sponsor e l'amministrazione si rifiuta di aiutarci. Siamo sempre di fronte alla stessa situazione: non riusciamo mai a fare quello che ci piace", recrimina Abdelwaheb che però non si dà per vinto. "Vogliamo continuare ad esercitarci e magari proporre un'attività seria, con un allenatore professionista. Potremmo fondare un'associazione di danza contemporanea cercando di diffondere questa cultura e togliere alcuni nostri coetanei dalla lunga e inutile attesa nei caffè".

Abdelwaheb non nasconde la sua soddisfazione per "la fine del regime di polizia, degli arresti e delle condanne arbitrarie", ma - come molti altri qui - si lascia andare all'amarezza quando, pensando alla situazione attuale, ha l'impressione di trovarsi di fronte "ad un'occasione persa".

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